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La grande frana di Roccamontepiano

La grande frana di Roccamontepiano del 24 giugno 1765.

“L’acqua fonte di vita, di morte e di rinascita con San Giovanni e San Rocco tra storia, miti e leggende…”

 

“Areccundeve nonneme… “

mia nonna classe 1905 sentiva dire da suo nonno…

“La Rocche era na città ghe sette porte, nu castelle che steve sopre a la parte chiù avete e la chiese che steve posate sopre a na prete grosse.

Sta città se chiamava Belconie, pecchè ere come nu balecune.

Dope tre iurne de pioggie, la terre abbijise a smovese.

Lu prevete che steve a dí la messe de là matine de San Giuvanne, mendre predecheve, avezenne l’occhie, vedise che le trave de la chiese steve e a scí da lì busce de lu tette.

Pejse lu sandisseme e le reliquie e decise “chi se vó salvá  venghe apressamé”.

Na freghe de gende jadduselise, natra puche hanne jise a la case a salvá là robbe.

La prima prete caschise supre a na piande che steve a lu cunvende.

Quande la folle arrevise a Colle Perluzie s’anne areghirise a vedè la Rocche e sembrava che saveve fermate.

Natra puche de gende hanne areijte arrete, pe salvá la robbe.

Dope nuccune, arepartise la frane.

Li pajisane vedise tutte la Rocche camená in paranze, là terre de sotte sanjise supre e quelle de supre se ne jite sotte e accuscí, s’arevuticate la Rocche.

Quande la tommele de provele sappusise, addù c’è steve na vote lu paese c’è steve sule le prete.

Pé dieci giorni se sendise li lamende de la gende che ere aremaste sotte e le le vacche strellevene sotte a prete.

Dope nzé sendese chiù nijende.

Sule la chiese de Sande Rocche sa salvate, mezze a tutte che le prete.

Anne dope, nu pastore che ijeve pascenne mezze a le prete ha truvate na grotte, dendre c’è steve nu vascelle piene de monete d’ore.

Allure ha ijte a chiamà aiute, ma quande areijte na trovate chiù lu busce tra le prete.

Ecchè, accuscì ha ijte quande sarevutechise la Rocche”.

Nonna Lisa Cempi (1905-2001)

 

Ovviamente il racconto ha connotati di leggenda come l’idea che il paese fosse una città e il suo nome fosse Belconia (dati non riscontrati in nessun documento storico ante frana).

Dalle fonti storiche certe sappiamo che l’abitato era unito come tanti altri paesi e vi era una cinta muraria di difesa con almeno tre porte di accesso (porta nuova ad est, porta fonte San Rocco a nord verso la valle e porta Sant’Andrea Madonna delle Grazie ad ovest, sulla parte a monte le scoscese rupi di Montepiano) consentivano una difesa naturale.

Sette erano i rioni così denominati Castiglione, Colle, Renaro, Mercato, Piazza, Fonte e Sportello (nomi e toponimi recuperato dal catastò inviarlo del 1740).

Gran parte del raccolto prende spunto da documenti ufficiali e testimonianze redatte nelle fasi successive del dopo frana dai frati francescani del Convento di San Giovanni Battista che realizzarono anche due immagini di come era il paese prima e dopo la frana, relazioni e scritto di Ludovico Antinori, relazioni dell’ingegnere Michele Clerici anche lui autore di una attenta relazione anche grafica dell’evento.

É evidente che in questo caso storia ufficiale e leggenda popolare si mescolano tanto che nei paesi limitrofi la distruzione di Roccamontepiano passava nell’immaginario come una specie di Atlantide, Sodoma e Gomorra in cui una distruzione improvvisa avvenne perché il suo popolo si era ribellato alla natura o a Dio.

Il fatto che la chiesa di San Rocco rimase in piedi fece di questo luogo il fulcro della lenta e faticosa ricostruzione.

La leggenda del passaggio del santo pellegrino in paese divenne molto più forte e dato per scontato vista “la mano di Dio che ha fermato le pietre a ridosso della chiesa del santo”.

Il culto crebbe così tanto che la presenza di decine di migliaia di visitatori a Roccamontepiano, nei giorni di festa (dal 12 al 16 agosto), trasforma il piccolo paese nella leggendaria città sepolta.

 

Nonna Luisa raccontava anche…

“Quande Sande Rocche s’ammalise pure esse, dope che aveve aiutate e aresanate tanda ggende, se ise a mette dêndre a na grotte a ddú ce nasceve na sorgente d’acqua che ha fatte devendá miracolose. Nu cane de lu paese, jeve ogni jorne a purtá nu pezze de pane che se pieve a là case de lu padrune.

Nu jorne lu signore ise appresse a lu cacciunelle  pe sapé a dù jeve a purtà lu pane.

Quande vedise che jeve a Sande Rocche arejse a là case e dëcise a li serve de dá doppie razione de pane 

La frana di Roccamontepiano, oggi, verrebbe comunemente denominato fenomeno di “dissesto idrogeologico”, ma quando nel 1765 una essa coinvolse e trascinò, lungo una scoscesa valle, l’antico abitato gli esperti e gli studiosi dell’epoca definirono quella sciagura come “rovina e cataclisma”.

Una tragedia accaduta sul nostro territorio, seconda a nessuna in tutto il centro sud.

Un orrendo secondo posto in Italia, nell’infausta graduatoria storica di questi gravosi “incidenti della natura” dopo il Vajont e prima di Sarno.

L’Abruzzo quindi, questo territorio martoriato non solo da una natura severa e fragile ma la regione dove l’uomo, a più riprese, ha fatto scempio e uso del suolo e delle acque come maggiormente confaceva al proprio interesse.

Perché si commemora, quindi, un fatto così tragico? Proprio perché un intero paese e cinquecento dei suoi abitanti, oltre che centinaia di animali, vennero inghiottiti in pochi minuti.

Quella frana, accorsa la mattina del 24 giugno 1765, giorno di San Giovanni Battista, non fu l’unica ad aver solcato i fianchi del Montepiano.

Molte furono quelle che segnarono profondamente il territorio ad di sotto delle ciclopiche rupi e in molte sue parti.

In diversi secoli addietro, se non millenni, la terra limacciosa della propria base e il declivio scosceso non hanno conferito a questo luogo una continuità storica visibile. Il Montepiano, incastonato tra la Majella orientale e la valli dell’Alento e del Fiume Foro è il fondamento di tutto il perimetro comunale, ben visibile da tutte le colline del teatino e della Val Pescara. Il suo toponimo, insieme alla dicitura “Rocca”, lascia intendere anche ai meno avveduti un luogo frequentato fin dall’antichità. Sul pianoro di travertino sono disseminato selci lavorate dall’uomo paleolitico che qui cacciava le predi selvatiche. Luogo di culto arcaico, grazie alle proprie acque sorgive la tradizione sacrale attraversarono due millenni da Ercole all’Arcangelo San Michele per poi trasporsi a San Rocco con la grotta e la fontana di sorgente viva. Quella che si è commemorata quindi il 24 giugno scorso non è solo la catastrofe che colpì il luogo identitario più forte  dell’intera comunità, i tantissimi morti con altrettanti feriti su circa duemila abitanti del borgo di allora. Il ricordo è andato anche alle case aggrappate sulle pietre che a corona si stendevano ai piedi del grande sasso su cui vi era il castello dei Colonna, le piazze, la chiesa parrocchiale e quelle minori diffuse nei sette principali rioni, le fontane pubbliche, la cinta muraria e le porte d’accesso.

Tutto precipitò a valle, nel fango e nella lava delle argille messe in movimento da ben due giorni, forse tre di piogge e temporali. Ma  è giustificabile una simile catastrofe dall’acqua scesa dal cielo seppur incessante e quasi ininterrotta per oltre cinquanta ore? Ben sei anni prima della tragedia, il 19 agosto 1759 per la precisione, “l’inginiero teatino Don Michele Clerici” aveva documentato e trascritto nel proprio diario una relazione trasmessa al Re di Napoli Ferdinando chiamato quest’ultimo ad apporre sigillo definitivo sul luogo dove sarebbe stata riedificata la nuova Rocca (7 luglio 1766). Lui stesso denuncio come l’intero abitato di Roccamontepiano presentava, ben prima dello smottamento, sulle pareti di molte abitazioni fessurazioni e gravi lesioni. Nella parte a valle del paese, ci erano almeno tre ruscelli e diedero al tecnico la sensazione della precarietà su cui tutta la zona era stata fondata. La sua personale preoccupazione lo porto persino ad evitare il pernottamento.

Clerici fu così colpito, a seguito della frana tanto da chiedersi e relazionare al Sovrano del Regno borbonico come mai “le autorità del paese nulla fecero quantomeno per allarmate del  pericolo la popolazione stessa?”. Come spesso accade con il senno del dopo tutti provarono meraviglia dell’irresponsabilità dimostrata dalle autorità comunali.

Un’apocalittico smottamento sopraggiunto fu così la tomba definitiva di oltre un terzo della popolazione roccolana. A nessuno di quegli sventurati fu data una dignitosa sepoltura. Una sola grande e tragica fossa comune, scavata dalla natura luogo un pendio del Montepiano dove l’uomo di allora non seppe né leggere né tantomeno prendere giudizio di cosa era e cosa poteva accadere di nuovo.

La continuità storica di Roccamontepiano viene così meno, ancora una volta, all’improvviso e in pochi minuti.

Da un giorno all’altro scompare tutto e quasi tutti.

Ecco perché il 24 giugno, a Roccamontepiano, segna lo spartiacque di tutto ciò che è stato prima e di tutto ciò che è ricominciato dopo.

L’unica cosa che crebbe forte nei superstiti della tragedia fu il senso del radicamento fisico, non solo nei luoghi ormai sconquassati persino nell’orografia del territorio, ma nei sassi staccati dal monte e rovesciati a valle tanto che ad essi le genti assegnarono anche dei nomi. Quelli più grandi ed orridi ancora oggi vengono invocati come pietra Giordano, Pietra dell’Edera, pietra del Diavolo, il Pietrone… Ecc ecc ).  La lugubre voragine scavata nella solida argilla divenne  il letto dive si riversarono migliaia di massi, addossati l’uno sugli altri, l’uno accanto agli altri. Macigni enormi che non hanno dato scampo neanche ai resti delle abitazioni crollate lungo l’inarrestabile corsa verso il basso. Un doppio fenomeno che i geologi definiscono di scivolamento e ribaltamento. Termini tecnici che non danno fino in fondo il senso pieno dell’incapacità di ragione, di capire in pieno, di comprendere fin anche le cose più semplici come ad esempio che in quel luogo sarebbe stato saggio non costruire e ricostruire. A ciò a cui non si è mai abituati è esattamente quello che all’improvviso accade e ci toglie persino la capacità di trovare le parole in grado di descrivere una perdita così profonda.

Viene da chiedersi cosa pensarono i superstiti nello scorgere la mancanza persino del perimetro del loro abitato?! Un terremoto apocalittico o un maremoto, per quanto violento e traumatico lascia comunque intatti i solchi della città e dei paesi demoliti dalla furia della natura.

Quella di Roccamontepiano assume un aspetto tanto crudele per quanto ingiusto.

Nessun profilo, nessun perimetro, nessun brandello di mura.

Uno sradicamento violento il cui albero identitario è sepolto in qualche dove.

Quasi tutto l’Abruzzo è interessato da frane e i dissesti idrogeologici, sembrano aver assunto una drammatica evoluzione a causa dei cambiamenti climatici che riguardano tutto il mondo.

Alla carenza di una giusta ed oculata programmazione edilizia si aggiunge una struttura pubblica deficitaria nel programmare interventi capaci di far fronte ad eventuali emergenze. Roccamontepiano è un esempio di come si è riusciti, dagli anni 90 in poi, ad intervenire con opere di prevenzione utili e funzionali alla mitigazione di tali fenomeni.

 

Il Sindaco Adamo Carulli