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Il paesaggio agrario: un bene poco conosciuto

Le parole “paesaggio” e “paese” sono accomunate dalla stessa origine etimologica. A sentire i linguisti il “paese” è tutto ciò che l’uomo ha prodotto nei luoghi dove abita: tipo di abitazioni, nuclei urbani, campagna coltivata,  strade e sentieri, luoghi di culto e della memoria, luoghi avvolti dal mito e di conseguenza tradizioni, costumi e cultura del vivere. Ognuno ha sviluppato queste cose in modo originale e sicuramente unico: ogni persona, ogni popolo ha generato varie espressioni culturali che lo fanno riconoscere in quel complesso di cose che oggi è usuale definire “identità culturale”.

Il paesaggio è ciò che “racconta” questa complessità di cose, nel corso del tempo e dei secoli;  perciò non è mai uguale (almeno nel mondo occidentalizzato) ma muta così come cambia la cultura di noi uomini.

Presto ci si rende conto che l’architettura e l’agricoltura sono due attività che hanno un ruolo sostanziale nell’evoluzione e mutazione del paesaggio.

Perciò abitare un luogo significa accordarsi al suo “spirito” (genius loci come dicono gli studiosi), rispettare i ritmi scanditi dai cicli naturali come è sempre stato in attinenza alle varie usanze e abitudini che le persone che l’abitano hanno affinato nei secoli.

Oggi però l’interpretazione di questo rapporto uomo-terra  si è rafforzata: è una complessità unica e inscindibile e non più  una semplice sommatoria di attività umane (città, tessuto edilizio, opera d’arte, architettura  e poi natura, memorie presi singolarmente) ma ha il valore della irripetibilità e l’antichità millenaria.

Per tale ragione il “bene paesaggio” è diventato al centro dell’attenzione della Comunità Europea che nel 2000 a Firenze ha resa nota la “Convenzione Europea del Paesaggio”, con la quale intende promuoverlo quale risorsa fondamentale dei paesi membri, sia dal punto di vista culturale che economico-sociale.

Quasi tutto il territorio di “TerrAccogliente” è occupato dalla campagna coltivata poi ci sono i “luoghi naturali (calanchi, alvei fluviali, lembi boscati, speroni rocciosi). La campagna fa parte di quella fascia collinare adriatica, pedemontana della Maiella, il cui assetto storico rimanda ad una parcellizzazione  di uliveti, vigneti, seminativi arborati, ficoreti, antica di secoli e che oggi è  sempre più interessata dalle coltivazioni moderne a specializzazione (vigneti, seminativi prativi nuovi impianti di uliveti).  La specializzazione agronomica ultima, in parte responsabile di una “erosione” dei contenuti storici del paesaggio agrario, talvolta è spinta  dalle leggi di mercato (più o meno successo della viticultura e l’affermazione dei vini doc o dop), talvolta da misure di sovvenzione pubblica verso l’una o l’altra varietà colturale, con il risultato di una rapida, quanto silente, scomparsa degli antichi assetti agronomici.

Sono spariti in gran parte le siepi di bordo campo, i seminativi arborati, filari alberati mocolturali a dominanza di quercia-roverella.

In alcuni casi il territorio agricolo ha perso le proprie specificità in quanto i suoi segni storici (sentieri, piante autoctone, edifici rurali, ecc.) sono stati modificati o definitivamente cancellati senza  che un “nuovo paesaggio contemporaneo” si sia affermato.

Ma un altro fenomeno sta progressivamente cambiando il volto delle nostre campagne: l’abbandono o anche la sottoutilizzazione. Se il primo fenomeno produce l’inselvaticamento, con la scomparsa dei coltivi, l’altro si connota per la frantumazione dei suoli dovuta alla diffusione dell’edilizia residenziale nelle contrade (a dire il vero un fenomeno rallentato negli ultimi anni per la crisi economica post 2008).

Tutto ciò è l’evidente risultato del radicale cambiamento socio-economico, in atto ormai da decenni, che interessa la “ex-struttura sociale contadina”  verso un tipo “complesso”, sia culturalmente che economicamente. I centri attrattori della nuova società che si sta lentamente consolidamento probabilmente sono le aree urbane fortemente urbanizzate (area Chieti- Pescara), mentre i piccoli centri storici, ormai sono declinati all’abbandono. In parallelo, però, sono attivi fenomeni di rigenerazione dello spazio rurale: sull’agricoltura biologica, agricoltura specializzata e culturalmente organizzata, forme sperimentali (talvolta estreme o anche a forte spinta ideologica); essi stanno nuovamente interessando le nostre contrade, il cui effetto determina la persistenza dell’antropizzazione delle campagne di antico impianto e talvolta la conservazione dei palinsesti storici.

A latere di tutto ciò, è da segnalare la crescita mai interrotta in questi anni della sensibilità ecologica: il successo rappresentato dal SIC I Calanchi dello Spagnolo (il cui Piano di gestione prevede l’espansione dell’area tutelata), l’infittimento degli alberi monumentali tutelati (inserimento degli esemplari nei censimenti nazionali); la riscoperta delle antiche strade rurali di terra battuta per uso escursionistico, la riscoperta delle fontane e sorgenti storiche collinari, fanno inserire i “beni di valore ambientale” all’interno di quel concetto di paesaggio che fin qui abbiamo cercato di illustrare.

Gioca anche un ruolo non indifferente il sempre più crescente interesse delle persone per la cultura alimentare, che è interpretata sempre di più connessa al paesaggio: le denominazioni del prodotto tipico, del “piatto tipico” o comunque le proposte di divulgazione delle “ricette tradizionali” fanno eco al “paesaggio” , inteso come scrigno del patrimonio agronomico per le cultivar specifiche (quasi sempre irripetibili, vedasi ad esempio la “Cipolla di Fara” o “ l’Olivastro di Bucchianico”).

Ancor più cresce la consapevolezza della cura del paesaggio laddove l’abbandono si aggrava quando ad essere penalizzati sono gli spazi collettivi, sovente privati delle manutenzioni periodiche; le antiche strade alberate diventano perciò boscaglia, i sedimi del Tratturo L’Aquila-Foggia e Centurelle-Montesecco diventano cespuglieti per mancanza di transito di animali (ormai da decenni), le sponde fluviali slabbrate da usi non consoni o da straripamenti derivanti da erosioni incontrollate,  le pendici collinari devastate per le erosioni per i tagli disorganici della vegetazione, potature degli alberi ornamentali arbitrarie e dannose a causa della disinformazione o anche incompetenza, e altro.

Per concludere, la realtà dei fatti è la seguente:

1 – ci troviamo di fronte ad un paesaggio di una ricchezza straordinaria, molto apprezzato dagli stranieri che in esso riconoscono “un’italianità antica”, fatto di numerosi segni (agronomici e strutturali)  addirittura risalenti al medioevo (se non addirittura più antica) che persistono;

2 – incombe il pericolo della banalizzazione del paesaggio laddove è la mancanza di informazione sul suo valore ad essere nemica principale per la sua conservazione o meglio “evoluzione” ragionata nella modernità;

3 – svilimento della pratica della manutenzione del territorio nei suo aspetti (stradale, idrogeologico, fluviale, alberature, verde in generale).

 

Tutto ciò se da un lato suscita una rassegnata presa d’atto, dall’altro fa emergere una notevole opportunità di rilancio sia culturale che economica per attività, mestieri ed opportunità di crescita sociale come  accade (o è accaduto) nei momenti interessati da grandi trasformazioni che oggi possiamo cogliere, proprio nell’ambito della Comunità di progetto costituita.

 

La formazione e l’informazione:

Non possiamo negare che un problema molto stringente per chi si occupa di agricoltura è tutto legato al cambio generazionale e soprattutto alla rigenerazione dell’organizzazione tecnico-aziendale.

Tutto ciò, se si scontra con le annose rilevazione della crisi di tale genere di attività fino a qualche tempo fa derivate anche da una sorta di disconoscimento professionale (molti giovani nei decenni passati se ne sono allontanati per ragioni di appeal)  e dalle morse stringenti del mercato con sottovalutazioni economiche del prodotto in balia della concorrenza globalizzata, trova  oggi una sua sostanziale difficoltà anche nella carenza di “formazione”  di quelli che si occupano della nuova agricoltura.

Diventa importante in questo momento, raccogliere le istanze di chi vive nel territorio e “produce” paesaggio, rivolte alla formazione di potatori, esperti della manutenzione, lavoratori consapevoli dei rischi ecologici, agricoltori esperti in comunicazione per illustrare i prodotti, agricoltori-ospitali capaci di accogliere le altre persone che non vivono il contesto rurale (si stima che nei prossimi decenni la popolazione urbana raddoppierà rispetto a quella attuale, salvo inversione di marcia per gli effetti del COVID 19); agricoltori –custodi delle antiche varietà coltivate sia per meri scopi culturali che per eventuali rilanci nei mercati.

La formazione è quindi una priorità inderogabile.

Ancor più la consapevolezza sulla ricchezza del patrimonio che ci troviamo a gestire ossia del “bene paesaggio”, registra uno sfaldamento così come è accaduto negli anni’60-70 del secolo passato quando ad essere stati distrutti sono stati  i “beni artistici e architettonici”, soprattutto nei centri minori per disinformazione.

Molto si distrugge o si abbandona perché non si è pienamente consapevoli dell’ “importanza del bene”.  L’esempio calzante per il nostro territorio è il seguente: il taglio di un uliveto che ha 500 anni non è solo una perdita di “alberi tout-court” ma la distruzione di un patrimonio di informazioni e background culturale  (spendibile turisticamente) che vale molto di più che non il ricavo del prodotto in sé.

L’argine fondamentale per evitare il dissipamento di questa risorsa può essere solo la “conoscenza” del bene e l’attivazione di una sua gestione oculata.

Tutto ciò non significa procedere al  “congelamento” del territorio ma intraprendere una prassi di buone pratiche, quasi emulando l’enorme esperienza avanguardistica che la scienza del restauro ha prodotto per gli altri beni culturali senza precluderne l’uso o godimento nella quotidianità contemporanea in continua simbiosi con l’avanzata della ricerca scientifica o tecnologica  o anche la sperimentazione (miglioramento agrario, maggiore produttività, nuove sistemazioni colturali, ecc).

 

Conclusioni

Queste riflessioni contengono già in sé, molteplici conclusioni e stimoli.

Ma riflettiamo insieme su alcune situazioni cogenti:

  • un punto di grande interesse deriva proprio dal fatto che la campagna di TerrAccogliente si trova a ridosso di una zona fortemente urbanizzata;
  • nel passato, ed in parte ancora oggi, il rapporto di chi coltiva la campagna con le città ed i piccoli paesi significava, per esempio, lo scambio continuo e stagionale del prodotto fresco e fidelizzato (mercati, negozi, porta a porta, diretto contatto) di elevata qualità e freschezza. La turbativa della grande distribuzione globalizzata ha accelerato la cesura tra il vivere “entro le mura” ed il tessuto rurale di tutto il sistema collinare. Appare invece molto interessante riappropriarsi e rimettere in contatto questi due mondi peraltro in linea con le tendenze degli ultimi anni (gruppi di acquisto, contatto diretto, mercati fidelizzati periodici o on-line;
  • trovare la forza di aumentare la “partecipazione” della popolazione urbana in ambito rurale con la fruizione turistica o di soggiorno, riattivando la cultura del diporto agrituristico, dell’escursionismo, della formazione/informazione sul prodotto e beni naturalistici;
  • trovare la forza di incrementare la fruizione “emozionale” del territorio ovvero spingere le persone, quotidianamente stanziali in ambito urbano, a sviluppare una sensibilità unica e personalizzata vero i beni della campagna (colture, animali, profumi e odori, aromi, sensazioni tattili, vedutismo estetico, forme di appagamento artistico con land-art, appagamento musicale open-air, riscoperta del teatro di villaggio, riscoperta delle tradizioni, partecipazione fisica e sportiva nei luoghi, riscoperta dei miti e della sensibilità religiosa, godimento letterario e della poesia). Insomma lo slogan è “cittadino che si riappropria della sua campagna”.

Tutto ciò ci porta a coniare quasi uno slogan conclusivo: conoscere, coltivare, abitare, promuovere per emozionare.


[Crediti: Giuliano Di Menna –  immagini: abruzzoavventure.it]