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Terra Accogliente

Inizia la marcatura degli itinerari

Inizia la marcatura degli itinerari

il 30 giugno 2022 è stata avviata la marcatura dell’itinerario nel Comune di Casalincontrada. Il coordinatore di questa attività è Antonio Corrado di Abruzzo Avventure insieme con l’Associazione locale “Le Ginestre” e la partecipazione attiva dei cittadini e volontari del territorio. L’itinerario comprende un tracciato ad anello che collega il centro storico con la collina, passando per i punti d’interesse. Lungo il percorso sarà possibile entrare nelle case di terra, assaggiare delle buone confetture all’ombra di alberi secolari, passeggiare tra gli ulivi e tanto

Itinerari e passeggiate a Bucchianico

Itinerari e passeggiate a Bucchianico

I 9 percorsi, tracciati su strade comunali di antica origine, attraversano e mettono in rete “i beni di natura ambientale” presenti sul territorio di TerrAccogliente. Scarica la mappa .pdf PERCORSO 1. Periplo del SIC Il Percorso si svolge lungo il perimetro del SIC su antiche strade di impianto medievale. Si possono osservare i Calanchi dello Spagnolo nella loro imponenza. Lunghezza complessiva: 8,80 Km Dislivello: 186 m Difficoltà: adatto a tutti PERCORSO 2. San Giacomo – Costa Cola Percorso tracciato sull’antica strada che nel medioevo collegava Bucchianico con i feudi di Bassano e Mirabello. Il toponimo “Costa Cola” ricorda un’icona intitolata a S. Salvatore. Lunghezza complessiva: 2,80 Km Dislivello: 192 m Difficoltà: adatto a tutti PERCORSO 3. S. Croce – Ponte Alento Il percorso quasi integralmente in terra battuta si conclude nella Contrada di Campo di Roma. Poco prima dell’antico ponte nel 1335 furono erette due “colonne” ad indicare il confine tra Bucchianico e Chieti.  Negli anni ’30 dell’800 fu costruito l’attuale Ponte in muratura di mattoni, degna opera di ingegneria dell’epoca. Lunghezza complessiva:  1,30 Km Dislivello: 41 m Difficoltà: adatto a tutti PERCORSO 4. Donico – Calcara L’antica strada percorsa da S, Camillo per recarsi alla Calcara. E’ molto suggestivo per il paesaggio agrario. Talvolta vi si svolgono escursioni religiose nell’approssimarsi della Festa alla Calcara della prima domenica di maggio. Si giunge al borgo medievale di Pubbliconi e alla Scuola di Tella. Lunghezza complessiva: 5,35 Km Dislivello: 153 m Difficoltà: adatto a tutti; sconsigliato il transito in mountain-bike nel tratto tra Via Piane e Fonte dell’Orso. PERCORSO 5. San Giacomo – Metallino Il tracciato è quello medievale che da Colle S. Biagio (oggi Madonna dell’Assunta) conduceva a Casalincontrada e S. Liberatore a Maiella. In gran parte in terra battuta, permette di scoprire un’ampia porzione del territorio di Bucchianico poco conosciuta. Lunghezza complessiva: 2,64 Km Dislivello: 180 m Difficoltà: adatto a tutti PERCORSO 6. Donico – Tratturo Il tracciato è quello medievale che collega Bucchianico al Castello di S. Giovanni. Lungo il tragitto si incontra l’antica strada medievale che conduce al Fiume Alento. Il Tratturo L’Aquila – Foggia divideva il territorio di Bucchianico dai Feudi di S. Giovanni e S. Ilario. Lunghezza complessiva: 2,35 Km Dislivello: 130 m Difficoltà: adatto a tutti PERCORSO 7. Riuccio – Casa di Teresa Il percorso attraversa le Contrade Annunziata e Colle dei Gesuiti. Vi si trovava il “casone” dei padri Gesuiti di Chieti e il “pratello”, un terreno destinato a pascolo civico. Attraversando il fosso ci si dirige verso il Borgo di Malandra Vecchia con case in terra cruda. Si prosegue in direzione della “Casa di Teresa”, una casa in terra cruda, recuperata e destinata dal Comune di Casalincontrada a centro di ricerca e attività di animazione artistica. Lunghezza complessiva: 5,35 Km Dislivello: 142 m Difficoltà: adatto a tutti PERCORSO 8. Ponte Tavole – CEDTerra Dal CEDTerra, Centro di documentazione sulle case in terra cruda di Casalincontrada ci si dirige in direzione dei calanchi dello Spagnolo. Lunghezza complessiva: 3,60 Km Dislivello: 196 m Difficoltà: adatto a tutti PERCORSO 9. Colle Marconi Tratturo – Cerroni Il percorso si svolge in gran parte sul Tratturo L’Aquila – Foggia con ampi tracciati in terra battuta. Lungo il percorso ci sono ampie superfici boscate con alle spalle la Maiella. Lunghezza complessiva: 13,90 Km Dislivello: 104 m Difficoltà: adatto a tutti [Crediti: Giuliano Di Menna –  immagini:

La grande frana di Roccamontepiano

La grande frana di Roccamontepiano

La grande frana di Roccamontepiano del 24 giugno 1765. “L’acqua fonte di vita, di morte e di rinascita con San Giovanni e San Rocco tra storia, miti e leggende…”   “Areccundeve nonneme… “ mia nonna classe 1905 sentiva dire da suo nonno… “La Rocche era na città ghe sette porte, nu castelle che steve sopre a la parte chiù avete e la chiese che steve posate sopre a na prete grosse. Sta città se chiamava Belconie, pecchè ere come nu balecune. Dope tre iurne de pioggie, la terre abbijise a smovese. Lu prevete che steve a dí la messe de là matine de San Giuvanne, mendre predecheve, avezenne l’occhie, vedise che le trave de la chiese steve e a scí da lì busce de lu tette. Pejse lu sandisseme e le reliquie e decise “chi se vó salvá  venghe apressamé”. Na freghe de gende jadduselise, natra puche hanne jise a la case a salvá là robbe. La prima prete caschise supre a na piande che steve a lu cunvende. Quande la folle arrevise a Colle Perluzie s’anne areghirise a vedè la Rocche e sembrava che saveve fermate. Natra puche de gende hanne areijte arrete, pe salvá la robbe. Dope nuccune, arepartise la frane. Li pajisane vedise tutte la Rocche camená in paranze, là terre de sotte sanjise supre e quelle de supre se ne jite sotte e accuscí, s’arevuticate la Rocche. Quande la tommele de provele sappusise, addù c’è steve na vote lu paese c’è steve sule le prete. Pé dieci giorni se sendise li lamende de la gende che ere aremaste sotte e le le vacche strellevene sotte a prete. Dope nzé sendese chiù nijende. Sule la chiese de Sande Rocche sa salvate, mezze a tutte che le prete. Anne dope, nu pastore che ijeve pascenne mezze a le prete ha truvate na grotte, dendre c’è steve nu vascelle piene de monete d’ore. Allure ha ijte a chiamà aiute, ma quande areijte na trovate chiù lu busce tra le prete. Ecchè, accuscì ha ijte quande sarevutechise la Rocche”. Nonna Lisa Cempi (1905-2001)   Ovviamente il racconto ha connotati di leggenda come l’idea che il paese fosse una città e il suo nome fosse Belconia (dati non riscontrati in nessun documento storico ante frana). Dalle fonti storiche certe sappiamo che l’abitato era unito come tanti altri paesi e vi era una cinta muraria di difesa con almeno tre porte di accesso (porta nuova ad est, porta fonte San Rocco a nord verso la valle e porta Sant’Andrea Madonna delle Grazie ad ovest, sulla parte a monte le scoscese rupi di Montepiano) consentivano una difesa naturale. Sette erano i rioni così denominati Castiglione, Colle, Renaro, Mercato, Piazza, Fonte e Sportello (nomi e toponimi recuperato dal catastò inviarlo del 1740). Gran parte del raccolto prende spunto da documenti ufficiali e testimonianze redatte nelle fasi successive del dopo frana dai frati francescani del Convento di San Giovanni Battista che realizzarono anche due immagini di come era il paese prima e dopo la frana, relazioni e scritto di Ludovico Antinori, relazioni dell’ingegnere Michele Clerici anche lui autore di una attenta relazione anche grafica dell’evento. É evidente che in questo caso storia ufficiale e leggenda popolare si mescolano tanto che nei paesi limitrofi la distruzione di Roccamontepiano passava nell’immaginario come una specie di Atlantide, Sodoma e Gomorra in cui una distruzione improvvisa avvenne perché il suo popolo si era ribellato alla natura o a Dio. Il fatto che la chiesa di San Rocco rimase in piedi fece di questo luogo il fulcro della lenta e faticosa ricostruzione. La leggenda del passaggio del santo pellegrino in paese divenne molto più forte e dato per scontato vista “la mano di Dio che ha fermato le pietre a ridosso della chiesa del santo”. Il culto crebbe così tanto che la presenza di decine di migliaia di visitatori a Roccamontepiano, nei giorni di festa (dal 12 al 16 agosto), trasforma il piccolo paese nella leggendaria città sepolta.   Nonna Luisa raccontava anche… “Quande Sande Rocche s’ammalise pure esse, dope che aveve aiutate e aresanate tanda ggende, se ise a mette dêndre a na grotte a ddú ce nasceve na sorgente d’acqua che ha fatte devendá miracolose. Nu cane de lu paese, jeve ogni jorne a purtá nu pezze de pane che se pieve a là case de lu padrune. Nu jorne lu signore ise appresse a lu cacciunelle  pe sapé a dù jeve a purtà lu pane. Quande vedise che jeve a Sande Rocche arejse a là case e dëcise a li serve de dá doppie razione de pane  La frana di Roccamontepiano, oggi, verrebbe comunemente denominato fenomeno di “dissesto idrogeologico”, ma quando nel 1765 una essa coinvolse e trascinò, lungo una scoscesa valle, l’antico abitato gli esperti e gli studiosi dell’epoca definirono quella sciagura come “rovina e cataclisma”. Una tragedia accaduta sul nostro territorio, seconda a nessuna in tutto il centro sud. Un orrendo secondo posto in Italia, nell’infausta graduatoria storica di questi gravosi “incidenti della natura” dopo il Vajont e prima di Sarno. L’Abruzzo quindi, questo territorio martoriato non solo da una natura severa e fragile ma la regione dove l’uomo, a più riprese, ha fatto scempio e uso del suolo e delle acque come maggiormente confaceva al proprio interesse. Perché si commemora, quindi, un fatto così tragico? Proprio perché un intero paese e cinquecento dei suoi abitanti, oltre che centinaia di animali, vennero inghiottiti in pochi minuti. Quella frana, accorsa la mattina del 24 giugno 1765, giorno di San Giovanni Battista, non fu l’unica ad aver solcato i fianchi del Montepiano. Molte furono quelle che segnarono profondamente il territorio ad di sotto delle ciclopiche rupi e in molte sue parti. In diversi secoli addietro, se non millenni, la terra limacciosa della propria base e il declivio scosceso non hanno conferito a questo luogo una continuità storica visibile. Il Montepiano, incastonato tra la Majella orientale e la valli dell’Alento e del Fiume Foro è il fondamento di tutto il perimetro comunale, ben visibile da tutte le colline del teatino e della Val Pescara. Il suo toponimo, insieme alla dicitura “Rocca”, lascia intendere anche ai meno avveduti un luogo frequentato fin dall’antichità. Sul pianoro di travertino sono disseminato selci lavorate dall’uomo paleolitico che qui cacciava le predi selvatiche. Luogo di culto arcaico, grazie alle proprie acque sorgive la tradizione sacrale attraversarono due millenni da Ercole all’Arcangelo San Michele per poi trasporsi a San Rocco con la grotta e la fontana di sorgente viva. Quella che si è commemorata quindi il 24 giugno scorso non è solo la catastrofe che colpì il luogo identitario più forte  dell’intera comunità, i tantissimi morti con altrettanti feriti su circa duemila abitanti del borgo di allora. Il ricordo è andato anche alle case aggrappate sulle pietre che a corona si stendevano ai piedi del grande sasso su cui vi era il castello dei Colonna, le piazze, la chiesa parrocchiale e quelle minori diffuse nei sette principali rioni, le fontane pubbliche, la cinta muraria e le porte d’accesso. Tutto precipitò a valle, nel fango e nella lava delle argille messe in movimento da ben due giorni, forse tre di piogge e temporali. Ma  è giustificabile una simile catastrofe dall’acqua scesa dal cielo seppur incessante e quasi ininterrotta per oltre cinquanta ore? Ben sei anni prima della tragedia, il 19 agosto 1759 per la precisione, “l’inginiero teatino Don Michele Clerici” aveva documentato e trascritto nel proprio diario una relazione trasmessa al Re di Napoli Ferdinando chiamato quest’ultimo ad apporre sigillo definitivo sul luogo dove sarebbe stata riedificata la nuova Rocca (7 luglio 1766). Lui stesso denuncio come l’intero abitato di Roccamontepiano presentava, ben prima dello smottamento, sulle pareti di molte abitazioni fessurazioni e gravi lesioni. Nella parte a valle del paese, ci erano almeno tre ruscelli e diedero al tecnico la sensazione della precarietà su cui tutta la zona era stata fondata. La sua personale preoccupazione lo porto persino ad evitare il pernottamento. Clerici fu così colpito, a seguito della frana tanto da chiedersi e relazionare al Sovrano del Regno borbonico come mai “le autorità del paese nulla fecero quantomeno per allarmate del  pericolo la popolazione stessa?”. Come spesso accade con il senno del dopo tutti provarono meraviglia dell’irresponsabilità dimostrata dalle autorità comunali. Un’apocalittico smottamento sopraggiunto fu così la tomba definitiva di oltre un terzo della popolazione roccolana. A nessuno di quegli sventurati fu data una dignitosa sepoltura. Una sola grande e tragica fossa comune, scavata dalla natura luogo un pendio del Montepiano dove l’uomo di allora non seppe né leggere né tantomeno prendere giudizio di cosa era e cosa poteva accadere di nuovo. La continuità storica di Roccamontepiano viene così meno, ancora una volta, all’improvviso e in pochi minuti. Da un giorno all’altro scompare tutto e quasi tutti. Ecco perché il 24 giugno, a Roccamontepiano, segna lo spartiacque di tutto ciò che è stato prima e di tutto ciò che è ricominciato dopo. L’unica cosa che crebbe forte nei superstiti della tragedia fu il senso del radicamento fisico, non solo nei luoghi ormai sconquassati persino nell’orografia del territorio, ma nei sassi staccati dal monte e rovesciati a valle tanto che ad essi le genti assegnarono anche dei nomi. Quelli più grandi ed orridi ancora oggi vengono invocati come pietra Giordano, Pietra dell’Edera, pietra del Diavolo, il Pietrone… Ecc ecc ).  La lugubre voragine scavata nella solida argilla divenne  il letto dive si riversarono migliaia di massi, addossati l’uno sugli altri, l’uno accanto agli altri. Macigni enormi che non hanno dato scampo neanche ai resti delle abitazioni crollate lungo l’inarrestabile corsa verso il basso. Un doppio fenomeno che i geologi definiscono di scivolamento e ribaltamento. Termini tecnici che non danno fino in fondo il senso pieno dell’incapacità di ragione, di capire in pieno, di comprendere fin anche le cose più semplici come ad esempio che in quel luogo sarebbe stato saggio non costruire e ricostruire. A ciò a cui non si è mai abituati è esattamente quello che all’improvviso accade e ci toglie persino la capacità di trovare le parole in grado di descrivere una perdita così profonda. Viene da chiedersi cosa pensarono i superstiti nello scorgere la mancanza persino del perimetro del loro abitato?! Un terremoto apocalittico o un maremoto, per quanto violento e traumatico lascia comunque intatti i solchi della città e dei paesi demoliti dalla furia della natura. Quella di Roccamontepiano assume un aspetto tanto crudele per quanto ingiusto. Nessun profilo, nessun perimetro, nessun brandello di mura. Uno sradicamento violento il cui albero identitario è sepolto in qualche dove. Quasi tutto l’Abruzzo è interessato da frane e i dissesti idrogeologici, sembrano aver assunto una drammatica evoluzione a causa dei cambiamenti climatici che riguardano tutto il mondo. Alla carenza di una giusta ed oculata programmazione edilizia si aggiunge una struttura pubblica deficitaria nel programmare interventi capaci di far fronte ad eventuali emergenze. Roccamontepiano è un esempio di come si è riusciti, dagli anni 90 in poi, ad intervenire con opere di prevenzione utili e funzionali alla mitigazione di tali fenomeni.   Il Sindaco Adamo

Campagna sui talenti del territorio

Campagna sui talenti del territorio

BIO - Michela Di Lanzo, illustratrice abruzzese. Nota identificativa questa, perché della sua terra arcaica ne fa il motore di spinta narrante di una realtà in cui l’uomo quasi non esiste. Le Bestie, i tempi lunghi della natura, la morte, prendono il sopravvento per raccontare le storie di tradizione orale; la favola, una metafora per esorcizzare i mali del mondo. Inchiostro, pennelli, carta e cinismo sono i componenti primari della sua tavolozza materica. Dopo gli studi in Pittura e Decorazione Pittorica presso l’I.S.A. Nicola Da Guardiagrele di Chieti, termina il suo percorso all’Accademia di Belle Arti di Urbino. Nel 2010 trasferitasi a Berlino si avvicina al mondo dell’animazione di stampo sovietico. In questi anni si innamora nuovamente e definitivamente della sua terra e decidendo di tornare, inizia a dedicare tutta la sua ricerca artistica al territorio. ABRUZZO: simbolo di un legame imprescindibile. La pecora si perderebbe senza il cane, il cane si sentirebbe inutile senza la pecora. AUTUNNO: allegoria dedicata ai boschi della Majella. BRUNO CENTOGRAMMI: uno dei due simboli dei parchi abruzzesi. Rude nell’aspetto, come ogni persona d’abruzzo tende ad identificarsi, ma goffo e innocuo nella realtà. IL RE: il gallo, per antonomasia stereotipo del maschio imperante, immancabile presenza nei cortili contadini. Colui che decide quando svegliarsi e quando dormire, come un re decide per il suo popolo. SAN DOMENICO ABATE: omaggio ai serpari di Cocullo e alla forza dei serpenti, animali fondamentali nella coltivazione degli orti. SCOIATTOLO: in procinto di raggomitolarsi, sospeso tra la morte e il letargo. SOTTOBOSCO : allegoria dedicata ai boschi della Majella. BUCCHIANICO + A.C.DE MEIS BUCCHIANICO: intervento realizzato a Bucchianico con altri due artisti, EMEID e IDRO51. In onore delle celebrazioni del concittadino A.C. De Meis, medico e letterato che ebbe i natali in Bucchianico. AZIENDA AGRICOLA: realizzazione di etichette per vino biologico di un piccolo produttore Frentano. Bozzetto Genuino Clandestino GENUINO CLANDESTINO: intervento realizzato a San Vito Chietino durante la tre giorni di incontro nazionale del movimento “Genuino Clandestino”, movimento per l’autodeterminazione alimentare. NELLA FORESTA: intervento realizzato a Chieti, un omaggio ai boschi delle
L’agricoltura biodinamica

L’agricoltura biodinamica

Fino a qualche decennio fa le tecniche di coltivazione, e quindi anche di manutenzione del territorio, venivano svolte mettendo sul campo una quantità di conoscenze della natura e dell’ambiente che oggi probabilmente bisognerebbe rintracciare in un gruppo di esperti di varie discipline. Un metodo di coltivazione che si riallaccia alla migliore tradizione di un’agricoltura sana ed autoctona, ma con i mezzi di un’organizzazione moderna, può essere rintracciato nell’agricoltura biodinamica, metodo di coltivazione che riesce a non disperdere il bagaglio scontato di conoscenze dell’agricoltore ma che anzi basa proprio su di esse i suoi punti cardine: il rapporto strettissimo tra la natura ed il coltivare, la conoscenza dei fenomeni biologici, l’alternarsi delle stagioni, l’effetto del clima, ma anche l’azione dell’influsso astrale sulla vita delle piante e degli animali. Le tecniche di agricoltura biodinamica furono messe a punto da Rudolf Steiner negli anni venti in Svizzera, partendo proprio dal considerare l’azienda agricola come un microcosmo, un’individualità il più possibile chiusa. L’azienda agricola biodinamica è intesa come “organismo agricolo”, come un particolare bioma, nel quale agiscono diversi organi (agricoltore, animali, piante erbacee ed arboree, suolo, siepi, bosco, stagno, preparati biodinamici, etc.) nessuno dei quali può mancare senza compromettere la salute dell’intera azienda. I tre elementi dell’agricoltura: lavorazione del terreno, rotazione e concimazione, sono in stretto rapporto tra loro e agiscono con maggiore intensità sulla crescita delle piante quanto più il terreno viene curato nella sua particolarità e sviluppato oltre la sua predisposizione naturale a diventare terreno coltivato. La lavorazione del terreno è quindi in stretto rapporto con la rotazione e la concimazione. Solo con la cooperazione di queste tre funzioni basilari dell’organismo agricolo si può mantenere a lungo per la produttività dei raccolti. Per creare un’azienda biodinamica si parte dalle condizioni topografiche e si tiene conto delle esperienze economiche, ecologiche e sociali. Lo scopo è la fertilità permanente e la salute proveniente dalle forze proprie dell’azienda. Fondamentale è l’economia sostitutiva dell’humus: si devono tenere tanti animali da poter mantenere e aumentare con i concimi prodotti la fertilità e la vita dei terreni. In funzione delle condizioni climatiche e qualità pedologiche dei suoli bisogna trovare il giusto numero e tipo di animali da tenere, animali che vanno sempre foraggiati con i prodotti dei propri campi. Nel lavoro di campagna, soprattutto durante le lavorazioni del terreno e le visite regolari nei campi, l’agricoltore biodinamico impara a conoscere i suoi terreni e le loro condizioni: sa dove le piante crescono bene negli anni siccitosi o umidi, riconosce le ricorrenti fallanze, sa quali punti dell’appezzamento si asciugano più velocemente in primavera o dove si trovano superfici bagnate; si regola secondo le condizioni particolari e decide quali interventi fare e in quale periodo; di continuo deve far fronte a ostacoli imprevedibili, come per esempio al tempo. Quindi l’agricoltore vive con le condizioni date dalla natura e tenta di migliorarle attraverso la lavorazione del terreno, la concimazione, la coltivazione e la cura delle piante, ma anche attraverso la pianificazione del paesaggio, con la formazione delle siepi o la cura delle acque. Ciò che distingue questo tipo di agricoltura dagli altri movimenti di “agricoltura biologica” è il fatto che in essa non agisce solo in conformità ai principi biologici ma si tiene anche conto delle forze e principi organizzatori che agiscono nelle e sulle sostanze (da qui il nome di agricoltura “biologico dinamica”). L’azione di tali forze viene regolata ed intensificata grazie all’uso dei preparati biodinamici. In agricoltura biodinamica si tiene conto anche delle relazioni che legano i processi terrestri a quelli cosmici (fasi lunari, posizione della luna rispetto alle costellazioni, ecc.). L’agricoltura si applica quindi su elementi vitali, cioè su tutte le forme di vita che garantiscono la fertilità del terreno. Questa considerazione si contrappone, in agricoltura biodinamica, all’uso di elemento sintetici privi di vita. In questo senso solo ciò che è vivo può essere dinamico, ed in questo senso si possono rintracciare i principi dell’agricoltura appunto biologica in evoluzione, cioè dinamica. Sono queste le peculiarità dell’agricoltura biodinamica, che è una tecnica vera e propria di agricoltura, quindi trasmissibile. [Crediti: Francesco Zappacosta –  immagini:

Il paesaggio agrario: un bene poco conosciuto

Il paesaggio agrario: un bene poco conosciuto

Le parole “paesaggio” e “paese” sono accomunate dalla stessa origine etimologica. A sentire i linguisti il “paese” è tutto ciò che l’uomo ha prodotto nei luoghi dove abita: tipo di abitazioni, nuclei urbani, campagna coltivata,  strade e sentieri, luoghi di culto e della memoria, luoghi avvolti dal mito e di conseguenza tradizioni, costumi e cultura del vivere. Ognuno ha sviluppato queste cose in modo originale e sicuramente unico: ogni persona, ogni popolo ha generato varie espressioni culturali che lo fanno riconoscere in quel complesso di cose che oggi è usuale definire “identità culturale”. Il paesaggio è ciò che “racconta” questa complessità di cose, nel corso del tempo e dei secoli;  perciò non è mai uguale (almeno nel mondo occidentalizzato) ma muta così come cambia la cultura di noi uomini. Presto ci si rende conto che l’architettura e l’agricoltura sono due attività che hanno un ruolo sostanziale nell’evoluzione e mutazione del paesaggio. Perciò abitare un luogo significa accordarsi al suo “spirito” (genius loci come dicono gli studiosi), rispettare i ritmi scanditi dai cicli naturali come è sempre stato in attinenza alle varie usanze e abitudini che le persone che l’abitano hanno affinato nei secoli. Oggi però l’interpretazione di questo rapporto uomo-terra  si è rafforzata: è una complessità unica e inscindibile e non più  una semplice sommatoria di attività umane (città, tessuto edilizio, opera d’arte, architettura  e poi natura, memorie presi singolarmente) ma ha il valore della irripetibilità e l’antichità millenaria. Per tale ragione il “bene paesaggio” è diventato al centro dell’attenzione della Comunità Europea che nel 2000 a Firenze ha resa nota la “Convenzione Europea del Paesaggio”, con la quale intende promuoverlo quale risorsa fondamentale dei paesi membri, sia dal punto di vista culturale che economico-sociale. Quasi tutto il territorio di “TerrAccogliente” è occupato dalla campagna coltivata poi ci sono i “luoghi naturali (calanchi, alvei fluviali, lembi boscati, speroni rocciosi). La campagna fa parte di quella fascia collinare adriatica, pedemontana della Maiella, il cui assetto storico rimanda ad una parcellizzazione  di uliveti, vigneti, seminativi arborati, ficoreti, antica di secoli e che oggi è  sempre più interessata dalle coltivazioni moderne a specializzazione (vigneti, seminativi prativi nuovi impianti di uliveti).  La specializzazione agronomica ultima, in parte responsabile di una “erosione” dei contenuti storici del paesaggio agrario, talvolta è spinta  dalle leggi di mercato (più o meno successo della viticultura e l’affermazione dei vini doc o dop), talvolta da misure di sovvenzione pubblica verso l’una o l’altra varietà colturale, con il risultato di una rapida, quanto silente, scomparsa degli antichi assetti agronomici. Sono spariti in gran parte le siepi di bordo campo, i seminativi arborati, filari alberati mocolturali a dominanza di quercia-roverella. In alcuni casi il territorio agricolo ha perso le proprie specificità in quanto i suoi segni storici (sentieri, piante autoctone, edifici rurali, ecc.) sono stati modificati o definitivamente cancellati senza  che un “nuovo paesaggio contemporaneo” si sia affermato. Ma un altro fenomeno sta progressivamente cambiando il volto delle nostre campagne: l’abbandono o anche la sottoutilizzazione. Se il primo fenomeno produce l’inselvaticamento, con la scomparsa dei coltivi, l’altro si connota per la frantumazione dei suoli dovuta alla diffusione dell’edilizia residenziale nelle contrade (a dire il vero un fenomeno rallentato negli ultimi anni per la crisi economica post 2008). Tutto ciò è l’evidente risultato del radicale cambiamento socio-economico, in atto ormai da decenni, che interessa la “ex-struttura sociale contadina”  verso un tipo “complesso”, sia culturalmente che economicamente. I centri attrattori della nuova società che si sta lentamente consolidamento probabilmente sono le aree urbane fortemente urbanizzate (area Chieti- Pescara), mentre i piccoli centri storici, ormai sono declinati all’abbandono. In parallelo, però, sono attivi fenomeni di rigenerazione dello spazio rurale: sull’agricoltura biologica, agricoltura specializzata e culturalmente organizzata, forme sperimentali (talvolta estreme o anche a forte spinta ideologica); essi stanno nuovamente interessando le nostre contrade, il cui effetto determina la persistenza dell’antropizzazione delle campagne di antico impianto e talvolta la conservazione dei palinsesti storici. A latere di tutto ciò, è da segnalare la crescita mai interrotta in questi anni della sensibilità ecologica: il successo rappresentato dal SIC I Calanchi dello Spagnolo (il cui Piano di gestione prevede l’espansione dell’area tutelata), l’infittimento degli alberi monumentali tutelati (inserimento degli esemplari nei censimenti nazionali); la riscoperta delle antiche strade rurali di terra battuta per uso escursionistico, la riscoperta delle fontane e sorgenti storiche collinari, fanno inserire i “beni di valore ambientale” all’interno di quel concetto di paesaggio che fin qui abbiamo cercato di illustrare. Gioca anche un ruolo non indifferente il sempre più crescente interesse delle persone per la cultura alimentare, che è interpretata sempre di più connessa al paesaggio: le denominazioni del prodotto tipico, del “piatto tipico” o comunque le proposte di divulgazione delle “ricette tradizionali” fanno eco al “paesaggio” , inteso come scrigno del patrimonio agronomico per le cultivar specifiche (quasi sempre irripetibili, vedasi ad esempio la “Cipolla di Fara” o “ l’Olivastro di Bucchianico”). Ancor più cresce la consapevolezza della cura del paesaggio laddove l’abbandono si aggrava quando ad essere penalizzati sono gli spazi collettivi, sovente privati delle manutenzioni periodiche; le antiche strade alberate diventano perciò boscaglia, i sedimi del Tratturo L’Aquila-Foggia e Centurelle-Montesecco diventano cespuglieti per mancanza di transito di animali (ormai da decenni), le sponde fluviali slabbrate da usi non consoni o da straripamenti derivanti da erosioni incontrollate,  le pendici collinari devastate per le erosioni per i tagli disorganici della vegetazione, potature degli alberi ornamentali arbitrarie e dannose a causa della disinformazione o anche incompetenza, e altro. Per concludere, la realtà dei fatti è la seguente: 1 – ci troviamo di fronte ad un paesaggio di una ricchezza straordinaria, molto apprezzato dagli stranieri che in esso riconoscono “un’italianità antica”, fatto di numerosi segni (agronomici e strutturali)  addirittura risalenti al medioevo (se non addirittura più antica) che persistono; 2 – incombe il pericolo della banalizzazione del paesaggio laddove è la mancanza di informazione sul suo valore ad essere nemica principale per la sua conservazione o meglio “evoluzione” ragionata nella modernità; 3 – svilimento della pratica della manutenzione del territorio nei suo aspetti (stradale, idrogeologico, fluviale, alberature, verde in generale).   Tutto ciò se da un lato suscita una rassegnata presa d’atto, dall’altro fa emergere una notevole opportunità di rilancio sia culturale che economica per attività, mestieri ed opportunità di crescita sociale come  accade (o è accaduto) nei momenti interessati da grandi trasformazioni che oggi possiamo cogliere, proprio nell’ambito della Comunità di progetto costituita.   La formazione e l’informazione: Non possiamo negare che un problema molto stringente per chi si occupa di agricoltura è tutto legato al cambio generazionale e soprattutto alla rigenerazione dell’organizzazione tecnico-aziendale. Tutto ciò, se si scontra con le annose rilevazione della crisi di tale genere di attività fino a qualche tempo fa derivate anche da una sorta di disconoscimento professionale (molti giovani nei decenni passati se ne sono allontanati per ragioni di appeal)  e dalle morse stringenti del mercato con sottovalutazioni economiche del prodotto in balia della concorrenza globalizzata, trova  oggi una sua sostanziale difficoltà anche nella carenza di “formazione”  di quelli che si occupano della nuova agricoltura. Diventa importante in questo momento, raccogliere le istanze di chi vive nel territorio e “produce” paesaggio, rivolte alla formazione di potatori, esperti della manutenzione, lavoratori consapevoli dei rischi ecologici, agricoltori esperti in comunicazione per illustrare i prodotti, agricoltori-ospitali capaci di accogliere le altre persone che non vivono il contesto rurale (si stima che nei prossimi decenni la popolazione urbana raddoppierà rispetto a quella attuale, salvo inversione di marcia per gli effetti del COVID 19); agricoltori –custodi delle antiche varietà coltivate sia per meri scopi culturali che per eventuali rilanci nei mercati. La formazione è quindi una priorità inderogabile. Ancor più la consapevolezza sulla ricchezza del patrimonio che ci troviamo a gestire ossia del “bene paesaggio”, registra uno sfaldamento così come è accaduto negli anni’60-70 del secolo passato quando ad essere stati distrutti sono stati  i “beni artistici e architettonici”, soprattutto nei centri minori per disinformazione. Molto si distrugge o si abbandona perché non si è pienamente consapevoli dell’ “importanza del bene”.  L’esempio calzante per il nostro territorio è il seguente: il taglio di un uliveto che ha 500 anni non è solo una perdita di “alberi tout-court” ma la distruzione di un patrimonio di informazioni e background culturale  (spendibile turisticamente) che vale molto di più che non il ricavo del prodotto in sé. L’argine fondamentale per evitare il dissipamento di questa risorsa può essere solo la “conoscenza” del bene e l’attivazione di una sua gestione oculata. Tutto ciò non significa procedere al  “congelamento” del territorio ma intraprendere una prassi di buone pratiche, quasi emulando l’enorme esperienza avanguardistica che la scienza del restauro ha prodotto per gli altri beni culturali senza precluderne l’uso o godimento nella quotidianità contemporanea in continua simbiosi con l’avanzata della ricerca scientifica o tecnologica  o anche la sperimentazione (miglioramento agrario, maggiore produttività, nuove sistemazioni colturali, ecc).   Conclusioni Queste riflessioni contengono già in sé, molteplici conclusioni e stimoli. Ma riflettiamo insieme su alcune situazioni cogenti: un punto di grande interesse deriva proprio dal fatto che la campagna di TerrAccogliente si trova a ridosso di una zona fortemente urbanizzata; nel passato, ed in parte ancora oggi, il rapporto di chi coltiva la campagna con le città ed i piccoli paesi significava, per esempio, lo scambio continuo e stagionale del prodotto fresco e fidelizzato (mercati, negozi, porta a porta, diretto contatto) di elevata qualità e freschezza. La turbativa della grande distribuzione globalizzata ha accelerato la cesura tra il vivere “entro le mura” ed il tessuto rurale di tutto il sistema collinare. Appare invece molto interessante riappropriarsi e rimettere in contatto questi due mondi peraltro in linea con le tendenze degli ultimi anni (gruppi di acquisto, contatto diretto, mercati fidelizzati periodici o on-line; trovare la forza di aumentare la “partecipazione” della popolazione urbana in ambito rurale con la fruizione turistica o di soggiorno, riattivando la cultura del diporto agrituristico, dell’escursionismo, della formazione/informazione sul prodotto e beni naturalistici; trovare la forza di incrementare la fruizione “emozionale” del territorio ovvero spingere le persone, quotidianamente stanziali in ambito urbano, a sviluppare una sensibilità unica e personalizzata vero i beni della campagna (colture, animali, profumi e odori, aromi, sensazioni tattili, vedutismo estetico, forme di appagamento artistico con land-art, appagamento musicale open-air, riscoperta del teatro di villaggio, riscoperta delle tradizioni, partecipazione fisica e sportiva nei luoghi, riscoperta dei miti e della sensibilità religiosa, godimento letterario e della poesia). Insomma lo slogan è “cittadino che si riappropria della sua campagna”. Tutto ciò ci porta a coniare quasi uno slogan conclusivo: conoscere, coltivare, abitare, promuovere per emozionare. [Crediti: Giuliano Di Menna –  immagini:

Tracce che uniscono: la transumanza in Abruzzo

Tracce che uniscono: la transumanza in Abruzzo

“E’ una rara fortuna riuscire a seguire un viaggio di pecore fatto alla vecchia maniera. Domani forse non sarà più possibile. Ricostruirlo, però, è molto più facile: le vie della transumanza sono ancora segnate nei paesaggi come linee indelebili, come quelle cicatrici che segnano la pelle di un uomo per tutta la vita” (Fernand Braudel, 1985).   Quando sei all’avvio di un progetto che ti motiva, spesso capita che ti manchi l’abbrivio per iniziare. Qui no, tutto è stato reso più facile dal ricordo di una memoria atavica che viene fuori spontaneamente. E così, dovendo scegliere uno spunto, sono andato a quello più naturale ed ho lasciato alla terra il compito di raccontarmi la storia che ha unito gran parte dei territori dal Gran Sasso al Tavoliere di Puglia. Da dicembre 2019 la transumanza è Patrimonio immateriale dell’Umanità UNESCO. La Lista dell’UNESCO conta 463 elementi in tutto il mondo, 12 di questi in Italia. L’inserimento nel Patrimonio dell’Umanità è finalmente il riconoscimento dell’importanza e dell’impronta che il sistema economico e culturale dello spostamento periodico delle pecore ha lasciato in eredità al bacino del Mediterraneo e al mondo intero. E’ chiaro che nelle nostre terre la pastorizia e la transumanza sopravvivono sotto altra veste, un altro fenomeno, la monticazione, che è una transumanza verticale e di brevi tratti. La pastorizia ci racconta di un territorio che dalla filiera della pecora ha tratto un’economia virtuosa tutt’ora presente ed identificabile nelle nostre tradizioni, tipicità, costumi ed identità. Per quanto riguarda la “valorizzazione”, invece, della transumanza quale patrimonio culturale, dobbiamo uscire dall’approccio scientifico e tecnico dandole sostanzialmente un futuro, restituendo a questa risorsa un valore economico in grado di poterla coltivare e tramandare alle generazioni future. Una possibilità ci è data sicuramente dal fenomeno dei cammini. Senza dubbio uno slancio, in tal senso, potrà essere la recente proclamazione della Transumanza come Bene Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO. Possiamo creare una rete di itinerari che colleghi tutta questa comunità attorno ad un progetto di “TerrAccogliente”? Come? Ispezionare il territorio insistente sui tracciati dei Regi Tratturi per censire tutti coloro che sono portatori di esperienza e tutti i portatori di interesse. Stiamo parlando dell’identità di un territorio, delle sue tipicità, stiamo parlando dell’autenticità e di tutti coloro che sono le sentinelle di questi territori e delle comunità insistenti. Allora se tutto è esperienza, è esperienza anche impagliare una sedia, filare la lana, cardarla, esperienza è tessere, sono tutte esperienze che possono diventare workshop e possono essere appetibili, per il viaggiatore che proviene da Copenaghen, piuttosto che da Londra o da New York per nutrirsi dell’identità del territorio che sta scoprendo. Dobbiamo però, rendere tutto organico e sinergico altrimenti lo sforzo è improbo e non si riuscirà ad avere un risultato. La trasformazione dei tratturi in cammini è qualcosa di automatico, è la naturale destinazione a cui stiamo lavorando. Bisogna lasciarsi ispirare. Ed immaginiamo di creare degli itinerari che ad anello in ogni singolo comune, e poi da questi a raggiera, possiamo raggiungere tutti punti d’interesse che il territorio e la sua comunità offre. In questa prima fase abbiamo realizzato dei tracciati che, partendo tutti dai centri storici dei comuni, intersecano tutti il Tratturo e le dorsali che collegano tutti i comuni. E’ solo un inizio! Sicuramente questo territorio non potrà mai diventare una destinazione turistica “di massa”. Ma è proprio quello che c’interessa meno visto che non ha una grande capacità ricettiva. Possiamo, però, migliorare la qualità dell’offerta tendendo anche ad un aumento ponderato ed ottimizzato. Quello del Turismo Lento è un fenomeno in costante crescita ed il nostro territorio ne è naturalmente vocato. La nostra regione era già al terzultimo posto nella graduatoria delle destinazioni turistiche di viaggiatori stranieri; la pandemia, di colpo, ci rende una delle destinazioni più appetibili da un turismo di prossimità e lento, facilmente compatibile con un distanziamento fisico. I viaggiatori lenti in Europa sono passati dai circa 20 milioni nel 2013 ai circa 30 milioni del 2017 crescendo costantemente del 4% l’anno. Destagionalizzando e delocalizzando i flussi turistici. Il GAL della Costa dei Trabocchi creerà itinerari per cicloturisti e viaggiatori per drenare a pettine verso l’entroterra il flusso de turismo attivo e lento. Se non bastassero queste motivazioni ne possiamo aggiungere un’altra: l’assoluto miglioramento della qualità della vita e dello stato di salute diffuso della popolazione residente! Ma cosa dobbiamo fare? Semplicemente renderci disponibili ad un virtuoso cambiamento che espanderà il nostro territorio abbattendone i confini divenendo cittadini di una comunità ancor più diversificata ed accogliente. [Crediti e immagini: abruzzoavventure.it] Immagine di copertina: Bassorilievo della Transumanza esposto nel museo della città di Sulmona. Di età preromana, rinvenuto nei pressi di

Le feste religiose come bene immateriale

Le feste religiose come bene immateriale

L’area geografica nella quale sono compresi i comuni interessati dal progetto TerrAccogliente è nota agli antropologi per la ricca e complessa varietà di tradizioni e feste popolari che vi si trovano, tra le più importanti dell’Abruzzo, già segnalate dagli studiosi di tradizioni popolari nella seconda metà dell’Ottocento. Notavano la complessità e arcaicità dei riti, il sincretismo con la fede cristiana e in taluni casi la permanenza tipologica delle strutture festive di epoca italica, rimaste identiche nella sostanza attraverso i secoli. Le convizioni dei ricercatori si rafforzarono quando ad esse si poterono associare i fecondi risultati nelle diverse campagne di scavi archeologici sui siti dei vari santuari collinari e della Majella, la cui frequentazione, in taluni casi e con gli inevitabili sincretismi, era giunta fino alla modernità. Furono Antonio De Nino, Gennaro Finamore, Leonardo De Leonardis, Tommaso Bruni i primi demologi a studiare queste feste alla fine dell’Ottocento e in epoca a noi vicina Paolo Toschi, Bianca Maria Galanti, Emiliano Giancristofaro e Alfonso Di Nola (per citarne qualcuno) a individuare affinità culturali con le tradizioni nazionali o europee, soprattutto dopo i fondamentali  studi pubblicati di James Frazer, Van Gennep e Claude Levi Strauss e, in campo nazionale Giuseppe Pitrè, Ernesto De martino e altri. Le tradizioni popolari rientrano nel novero dei beni culturali immateriali su cui l’Unesco pone la sua attenzione, perché “unici” e irripetibili (pena la banale imitazione) che sostanziano sensibilmente l’identità culturale delle piccole etnie o nazioni, talvolta antiche di millenni. E’ interessante, per il nostro progetto, fare un breve excursus, su quelle tradizioni e feste presenti nel nostro territorio, di cui si riportano brevi descrizioni utili per farle conoscere, sulla scia delle classificazioni fatte da Emiliano Giancristofaro pubblicate in Tradizioni popolari (Roma, 1995) e Maria Concetta Nicolai, Abruzzo 150 antiche Feste (Ortona 214) . La classificazione calendariale dimostra che le feste non si soprappongono (salvo in alcune circostanze minori), a dimostrare che si sono evolute nell’ambito di incontri sociali  allargati, e coinvolgenti; infatti come ampiamente dimostrato dalle testimonianze popolari le persone dei paesi vicini si incontravano in rispetto delle amicizie e parentele, riconoscendo il valore di una ritualità diffusa, di “paese in paese”. L’elenco è incompleto ed è intento raffinare tutto il palinsesto celebrativo, a volte circoscritto al piccolo villaggio: Fara Filorium PetriSan Martino sulla MarruccinaVacriRoccamontepianoPretoroBucchianicoRapinoComuni chietiniComuni pescaresiFara Filorium Petri 16 - 17 Gennaio Festa di S. Antonio Abate e le Farchie  Pur essendo classificata nell’ambito delle “feste del fuoco”, note e diffuse in tutta Europa, la festa delle Farchie ha trovato la sua rifondazione moderna nell’ambito dell’invasione francese del 1799, quando, si racconta, il paese fu salvato dall’assedio da alcuni miracoli di S. Antonio Abate che trasformò gli alberi della Selva in tanti soldati e lui stesso intimò agli invasori di retrocedere. La popolazione fu salva e da allora si cominciò ad omaggiare il santo protettore con le “farchie”, alti fasci di canne legate con rami di salice che venivano incendiate durante la processione del con il santo. Lo spettacolo è suggestivo e, come dicono, seppur “con acqua, vento e neve” il rito si svolge davanti il piazzale della chiesa, mentre si intona “ Lu Sant’Andùne”, un canto collettivo struggente e suggestivo. Fara è oggi gemellata con una località del Giappone, avente una tradizione simile. San Martino sulla Marruccina 23 Gennaio Lo sposalizio di S. Giuseppe Centro demico strutturato già 1000 anni fa, con l’importante presenza di S. Aldemario di Capua, ha una suggestiva tradizione legata al culto alla Sacra Famiglia e S. Giuseppe. Si era alla fine del Settecento, le truppe napoleoniche minacciavano di invade il paese quando S. Giuseppe venne in soccorso. Per ricordo, si ricorda il santo sposalizio; la mattina i due simulacri di S. Giuseppe e la Vergine sono posti vicino l’altare e il parroco rinnova il santo vincolo matrimoniale. Le coppie sposate e i fedeli circondano la scena; dopo si procede con una processione: gli uomini portano S. Giuseppe mentre le donne la Vergine, che si inoltra per le vie del paese, mentre si distribuiscono fiori e confetti. Vacri 3 febbraio – S. Biagio Il culto di S. Biagio si è diffuso in Abruzzo presso i lanieri, ed è protettore con i mali della gola. Venerato dalla Chiesa Armena, si è diffuso in occidente anche nella chiesa cattolica. Il suo culto era diffuso nelle nostre contrade già nel sec. XIII. 13 Maggio Pellegrinaggio della Madonna delle Grazie La notte che precede la seconda domenica di maggio parte una processione dalla parrocchia e si dirige verso la chiesa della Madonna delle Grazie di Francavilla, seguendo un itinerario, in parte rurale, lungo la Valle del Foro. Si invoca la protezione sulle persone e sui raccolti. Ad aprire il la processione una fanciulla vestita di bianco che reca un dipinto della Madonna delle Grazie. Secondo la tradizione il 17 agosto 1623 la Madonna apparve in sogno ad una donna cieca indicatogli un luogo a Francavilla dove scavare per rinvenire una sua immagine. Su quell’area fu edificata un chiesa dove i cittadini di Vacri vanno in pellegrinaggio la notte che precede la 2° domenica di maggio per chiedere protezione dalla grandine. Il rito rimanda ad una antica devozione, fatta risalire al 1623, delle popolazioni dalmate che si sono trasferite in Abruzzo e di cui alcune famiglia si stabilirono in Vacri. 6 settembre. S. Vincenzo Ferreri Domenicano, predicatore, canonizzato nel 1455. Il suo culto è legato al tratturo e alla transumanza autunnale. Vi si celebrava una fiera molto nota nella Valle del Foro. Oggi l’evento è accompagnato dalla “Fiera di Vacri" Roccamontepiano Terza domenica di Aprile- Festa di S. Roccuccio 8 Maggio – Festa della Madonna della Pietà 23 giugno – Festa dei fuochi di S. Giovanni Battista 15-16 Agosto – Festa di S. Rocco La festa si celebra il 16 agosto con notevole partecipazione di devoti. Il culto, diffuso in ogni paese abruzzese per prevenire la peste e le malattie della pelle, crebbe per importanza in Roccamontepiano dopo il 1765 quando una frana distrusse l’intero paese ad eccezione della chiesa di San Rocco. È usanza dei fedeli bere l’acqua della sorgente di San Rocco ritenuta miracolosa. 3 sabato di settembre – Festa di S. Gennaro 4 Novembre - Festa di S. Carlo Borromeo presso la parrocchia di S. Mari de Lapide Pretoro Ultima domenica di aprile Madonna di S. Maria del Monte o della Mazza La leggenda narra che i pretoresi, presi dal profondo affetto per la santa, decisero di riportarla in paese l’ultima domenica del mese d’aprile. La Madonna stette per mesi nella chiesa principale del centro storico, venerata e amata da tutti. Il 2 Luglio, dello stesso anno, arrivò un’improvvisa e inaspettata nevicata. La mattina andando in chiesa, i fedeli non trovarono la statua sul suo altare. C’erano quattro orme stampate sulla neve, due più grandi e due più piccole. I fedeli sgomenti per la scomparsa, seguirono le orme. Arrivarono così nella piccola chiesa montana dove la Madonna era posta nella sua nicchia. Da qui ogni anno la statua della Madonna della Mazza viene portata in paese l’ultima domenica di aprile e la prima domenica di luglio viene riaccompagnata in montagna. Prima domenica di Maggio – S. Domenico Abate Una festa patronale con le serpi e la rappresentazione del Lupo. Rito antichissimo, finalizzato a liberare le persone dal pericolo ofidico, trova il suo amuleto protettivo in un “laccetto” benedetto che i fedeli usano indossare. Dopo la processione il pubblico si dirige dove si terrà la “sacra rappresentazione del Lupo”; la scena si svolge su un palco: una coppia si dirige nel bosco a fare legna con il proprio figlioletto, poggiano la culla e si mettono al lavoro. In un momento di distrazione entra in scena un attore coperta da pelli e una testa di lupo e ruba il bambino portandolo nel bosco. Il padre inutilmente propende l’ascia per colpirlo: l’animale è già lontano. Entrambi si inginocchiano e invocano S. Domenico ed ecco che l’animale mansueto ripone il bimbo illeso entro la culla nel tripudio della folla. È usanza distribuire i laccetti che indossati, si dice, proteggono dal morso dei serpenti. Bucchianico Prima domenica di Maggio. Festa di S. Camilluccio alla Calcara Una fornace per la cottura di mattoni costruita nel 1605 da S. Camillo de Lellis, è stata trasformata in una cappellina nel 1797 e da allora i Bucchianichesi usano recarsi in pellegrinaggio in questo luogo vicino il fiume Foro, dove usano fare pic-nic. Domenica precedente 23 maggio, 24 e 25 Festa di Sant’Urbano con i Banderesi  Il ciclo festivo è annuale con una maggiore intensità dal Lunedì di Pasqua fino ai primi di maggio. La domenica precedente il 23 maggio, il 24, 25, 26 e 27 maggio sono i giorni festivi più intensi con riti principali del "Trasporto delle Some" di Sant’Urbano, l’Apertura della Porta Santa, il Tizzo, le consegne delle Armi sante, le Banire, gli Anelli e la Benedizione dei Quattro Cantoni. La festa è da annoverare tra quelle propiziatorie primaverili di origine agropastorale, con evidenti sincretismi delle precedenti celebrazioni in onore di Cerere, conserva un rituale di investitura al cavalierato afferente il Banderese e Sergentiere, rispettivamente "gonfaloniere" municipale e "massima autorità festiva" bucclanee la cui origine sembra collocarsi tra il XIII e XIV secolo. Questa festa risulta tra le più antiche d’Abruzzo essendo celebrata fin dal 1280. 13 giugno – Festa di S. Antonio Nella contrada omonima di Bucchianico alla fine degli anni ’50 fu costruita una chiesa devozione di un ex-emigrante tornato dal Brasile. E’ celebrata in una chiesa suffraganea della parrocchia di Bucchianico da parte dei Camilliani. 14, 15 e 16 luglio Festa di San Camillo San Camillo de Lellis, nato in Bucchianico, eletto patrono d’Abruzzo nel 1964 da Paolo VI viene festeggiato nel centro antico di Bucchianico. Una celebrazione prettamente religiosa di respiro internazionale che vede la centralità nel Santuario di Bucchianico. Comprende momenti celebrativi che vedono coinvolti la Sanità Militare, la Croce Rossa, gli Operatori sanitari e il mondo cattolico degli ospedali. Risale al 1623-24 il "castello in piazza" ossia uno spettacolo di fuochi pirotecnici accesi per ricordare l’ora del trapasso del santo. Vi sono ancora momenti celebrativi popolari con la "compagnia" di Castellara e la processione religiosa con la statua-ritratto del santo della metà del Seicento. Terza domenica di luglio – Festa della Madonna del Carmine 15 agosto – Festa dell’Assunta 6 ottobre -San Aldemario Festa che si celebra a Bucchianico il 6 ottobre con rito religioso e che ricorda l’abate Aldemario di Capua vissuto a cavallo dell’Anno Mille che fu il fondatore di Bucchianico e dei monasteri di Sant’Eufemia di Fara, di San Martino sulla Marrucina e di San Clemente di Comino (Guardiagrele). Era considerato protettore contro la grandine.Si conservano testimonianze di culto anche in San Martino sulla Marrucina. Rapino 8 maggio – Festa della Madonna di Carpineto con la processione delle Verginelle Considerata tra le più antiche d’Abruzzo, questa festa ha il suo fascino perché ritenuta erede del pellegrinaggio che il popolo Marrucino svolgeva scendendo al santuario della Grotte del Colle, dedicata alla divinità Keria Jovia. Dalla chiesa parrocchiale una processione si reca verso la chiesa della Madonna di Carpineto. Tra due ali di folla una fila di bambine che indossano delle vesti di seta e ornate di ori scendono dall’antico borgo e si fermano sull’altare dove è posta l’icona della Vergine con Bambino, seduta su un albero. Si ricorda un miracolo avvenuto nel 1794. E’ usanza da parte di cittadini di Guardiagrele recarsi in pellegrinaggio in questa chiesa durante il periodo festivo. Comuni chietini 7 agosto Festa di San Donato (Chieti) Il piccolo santuario rurale è méta dei fedeli che usano chiedere protezione dall’epilessia. Durante la festa si svolge la processione religiosa. Prima domenica di settembre – Festa della Madonna del Buon Consiglio (Chieti) Si svolge presso l’omonima chiesa in una contrada vicino il fiume Alento. Festa popolare molto nota nel ceto contadino, a poca distanza dal tratturo. 15 agosto- Pellegrinaggio della Madonna della Quercia (Casacanditella) Molti anni fa la Vergine apparve su una quercia a Domenico, un contadino che si trovava nel suo campo. La quercia vive davanti la chiesa e i fedeli usano portarsi un pezzo di corteccia per chiedere la protezione dei raccolti. Antico retaggio del culto delle “Madonne arboree”, e di divinità legate all’albero, questa festa sembra possa identificarsi nella “rifondazione” con rito cristiano di un rito molto diffuso in questo territorio, ricco di querceti. Vi si svolge una processione con carri infiorati. 13 luglio Festa di Santa Margherita (Villamagna) Si celebra il 13 luglio con una suggestiva rievocazione dei Saraceni. Alle porte del paese un gruppo di attori vestiti da saraceni ricorda l’antico miracolo operato dalla santa per fermare e convertire i nemici che minacciavano di invadere e saccheggiare il piccolo centro. Secondo gli storici l’episodio ricorda l’assedio del 1566 dei turchi guidati da Pialy Pascià alle coste abruzzese quando furono distrutti Francavilla e Vasto. Ultima domenica di Agosto San Domenico Abate (Villamagna) L’ultima domenica di agosto si rinnova la rappresentazione del lupo che ricorda il miracolo del santo. All’ingresso del paese su un palco gli attori inscenano il rapimento di un bambino da parte di un lupo che sorprese i genitori mentre erano intenti a tagliare legna nel bosco. Simile alla rappresentazione di Pretoro, nel passato vedeva anche coinvolti numerosi serpari. Comuni pescaresi Terza domenica di Maggio Festa del Volto Santo (Manoppello) L’esistenza di un’icona raffigurante il Volto di Cristo su un fazzoletto di fine tessuto in bisso marino fin dalla metà del Cinquecento ha alimentato la devozione popolare e numerosi pellegrinaggi nella chiesa conventuale dei Cappuccini di Manoppello. I pellegrinaggi di maggio al Volto Santo erano compiuti per chiedere l’arrivo della pioggia nei momenti di siccità. Vicino la chiesa si conserva un’aula con numerosi ex-voto. Attualmente questo santuario è diventato di fama mondiale per l’identificazione dell’icona con la famosa "Veronica" un tempo conservata all’interno della basilica di San Pietro e per il pellegrinaggio di Papa Benedetto XVI. 15-16 Agosto – Festa di S. Maria Arabona (Manoppello) La festa si celebra nella chiesa abbaziale cistercense fondata nel 1239. 6- 8  settembre. Festa di S. Antonio e S. Pancrazio (Manoppello Scalo). Il Martirologio romano ne riporta la memoria "San Pancrazio, martire, che, si dice sia morto ancora adolescente per la fede in Cristo a Roma al secondo miglio della via Aurelia; presso il suo sepolcro il papa san Simmaco innalzò una celebre basilica e il papa Gregorio Magno vi convocò frequentemente il popolo, perché da quel luogo ricevesse testimonianza del vero amore cristiano. In questo giorno si celebra la sua deposizione". Il culto di San Pancrazio si diffuse molto anche in Germania e la sua immagine si trova spesso nei castelli dell'Ordine dei Cavalieri Teutonici dei quali è co-patrono.  12-14 ottobre- Festa di S. Antonio, Madonna del Parto e S. Callisto Papa (Ripacorbaria – Manoppello)  Festa del santo patrono di Ripacorbaria, un tempo comunità distinta da Manoppello. 4° domenica di  settembre. S. Rocco e S. Emidio (Manoppello) L'evento folkloristico si svolge la quarta domenica di settembre, in occasione della Festa di San Rocco e Sant’Emidio. In tale circostanza le varie contrade e famiglie realizzano i caratteristici majtelli, piccole strutture di legno dalla forma tronco-conica, addobbate con vari doni enogastonomici, che poi vengono vendute nella tradizionale Asta dei Majtelli. Per la realizzazione di questi omaggi tutti i cittadini sono invitati a fare delle piccole donazioni: soldi, prodotti della terra, oggetti fatti a mano, in particolare all’uncinetto, dolci tipici. Tali omaggi vengono poi inseriti su queste conocchie dalle mani pazienti delle donne del paese. Ciò che non è cambiato rispetto al passato è la tradizionale asta, rigorosamente in dialetto, che un “banditore” del posto improvvisa ogni anno per vendere al miglior offerente la conocchia o il cesto: la somma ricavata è offerta al Santo e utilizzata per finanziare in parte la festa. Risa, urla e battute varie si mescolano all’asta vera e propria che “attira” numerose persone dei paesi limitrofi, ma anche emigrati che tornano “a casa” per le feste di San Rocco. 12 – 13 giugno Festa di Sant’Antonio e Sant’Onofrio (Serramonacesca) La sera dell’11 Giugno gli abitanti di Serramonacesca espongono una croce illuminata con materiale bituminoso (Fuoco di Sant’Onofrio) e il 12 mattina, festa del santo, raggiungono l’eremo per partecipare alla messa e alla processione con la copia della statua del santo poiché secondo la tradizione essa in passato, lasciata nella chiesa del paese durante la notte dell’11, ritornò da sola nell’eremo. In questo luogo il pellegrino pratica il rito dello strofinamento sulla pietra con funzioni taumaturgiche. Santo patrono di Serramonacesca a cui intitolato un eremo in prossimità di San Liberatore a Majella. Durante la festa ci si reca nell’eremo con un suggestivo pellegrinaggio; si sosta in preghiera nella piccola chiesa dove si svolgono riti litoterapici e si beve l’acqua che sgorga dal una sorgente sacra vicino alla grotta. Majo di Serramonacesca Si celebra un rito offertorio in onore del santo protettore S. Antonio da Padova e di Cristo Liberatore la prima e la terza domenica di settembre. I devoti portano grossi con i verdi fatti con canne e felci, detti conocchie, su cui appendono donativi di ogni sorta venduti all’incanto per ricavarne finanziamenti necessari alla festa. 25 agosto Festa di San Bartolomeo (Roccamorice) Celebrata con una suggestiva processione che si svolge all’alba del 25 agosto partendo dalla chiesa parrocchiale fino all’eremo di San Bartolomeo, era molto nota nel passato. La festa era celebrata anche a Chieti dove si conservano reliquie. A queste feste popolari di origine contadino-pastorale, si aggiungono manifestazioni di rilevanza extraregionale o nazionale, che si legano a santuari noti. Di seguito si riporta la tabella riassuntiva: santuari.pdf [Aggiornamento del testo – progetto “Coltivare, Costruire, Abitare” – Associazione Terrae 2006 a cura di Giuliano Di Menna.] [Immagini:
I paesaggi della TerrAccogliente

I paesaggi della TerrAccogliente

Il territorio collinare in esame è prevalentemente agricolo, sia per la caratterizzazione socioeconomica che per il paesaggio, con una parte di Roccamontepiano ricompresa nella pendice montana della Maiella. Esso comprende gli areali dei Comuni di Bucchianico, Casalincontrada, Fara Filiorum Petri, Pretoro, Roccamontepiano, San Martino sulla Marrucina e Vacri. Le colline con le valli fluviali e i fossi che originano dalla Maiella formano la struttura morfologica del paesaggio. Spesso le colline argillose hanno un versante (spesso quello sud-occidentale) eroso dalle acque meteoriche che assume la foggia carsica del calanco, elemento identitario di questo territorio. La superficie agricola delle colline è sovente divisa in campi di forma e colori diversi: le tonalità variano dall’ocra della terra al verde intenso dei foraggi, vigne e ulivi, dal dorato delle messi al giallo dei girasoli e al ramato dei campi di sorgo e canneti di “arundo donax”. Dappertutto la diffusa presenza di abitazioni rurali in “terra cruda” o “massoni”. I tratti caratteristici principali di quest’area si riassumono nei seguenti elementi distintivi: – Insediamenti urbani di piccola entità (Comuni max 5.000 abitanti); – Prossimità equidistante (in termini di percorrenza) tra mare (costa adriatica abruzzese) e montagna (Parco Nazionale della Maiella); – “Prossimità distanziata” dalla grande Area urbana Chieti – Pescara. Con “Prossimità distanziata” si intende una distanza di “sicurezza”, tale cioè da consentire la fruizione dei vantaggi (servizi, infrastrutture ecc.) di una grande area urbana senza patirne l’impatto negativo o almeno relativizzarlo; – Rapidità di collegamento (max 45-60 minuti) con l’Aereoporto d’Abruzzo, le stazioni ferroviarie di Chieti e Pescara, i porti commerciali e turistici di Pescara, i caselli autostradali della A24 e della A14. – Persistenza di forme di vita e di culture tradizionali, con alto livello di vivibilità; – Varietà e pregio di prodotti enologici, oleari ed agroalimentari (anche biodinamici e biologici); – Ricchezza e varietà del patrimonio culturale: Beni artistico – architettonici; Centri di culto religioso di consolidato richiamo (Santuari di notorietà internazionale); Tradizioni popolari e folcloristiche (segnalate dall’Unesco); Segni di identità rurale (le case di terra cruda); – Patrimonio naturalistico: Parco Nazionale della Maiella; Calanchi (Siti di Importanza Comunitaria); I fiumi Alento e Foro. Pur essendo simili a tanti altri territori collinari italiani ed europei, i luoghi oggetto di questa candidatura si connotano per la presenza diffusa di case tradizionali di terra cruda (il patrimonio censito è di 175 edifici). Sebbene in gran parte non abitate e poco manutenute, tale patrimonio storico documenta un tipo di   insediamento sostenibile ottenuto da una concreta, quanto preziosa applicazione di una tecnica costruttiva in “autocostruzione di vicinato”, conosciuta dalle maestranze locali oltre che dalle comunità rurali, i cui esiti estetici riscuotono interesse nazionale ed internazionale. Assunta come uno dei marcatori della qualità ambientale, la permanenza delle case di terra, come quelle di “pietra o mattoni cotti”, indica attenzione per il paesaggio e la tutela dell’ambiente e tradizioni locali. [Crediti | Mappa e immagini di